Archive for maggio 2015

La metodologia didattica

Dopo una sorta di immobilismo didattico, durato decenni, negli ultimi anni si vedono fiorire nuove metodologie: sono tutte valide? Sono soltanto mode cui legarsi o da scansare a priori?

Dalla Montessori in poi, gli unici metodi di cui per un lungo periodo ho sentito parlare, sono i metodi Steiner e il Furestein. Ma nel momento in cui entrano le tecnologie digitali nella scuola, ecco nascere nuove strade, nuove vie  che tendono a rendere attivo l’apprendimento nella classe “tecnologica”. Queste nuove metodologie sembrano avere un punto in comume: al centro mettono  l’alunno, con la sua voglia appassionata di imparare, stimolata variamente: problemi reali, conflitti, ricerche… che la lezione dovrebbe portare a soluzione. Ma siamo sicuri che le cose stanno davvero così?

Nel particolare le innovazioni più recenti riguardano la Flipped Classroom, così ben spiegata ad esempio, da Laura Antichi, ma anche la notissima Classe Scomposta di Dianora Bardi che rifugge saggiamente dalle mode, per calarsi nella realtà scolatica quotidiana: quella in cui si vive fianco a fianco con gli studenti e dove si ha la necessità di creare percorsi di apprendimento significativi e coinvolgenti. Non basta infatti, capolgere l’insegnamento per ottenere automaticamente l’attenzione delle nuove generazioni, cui abbiamo l’ardire, come docenti, di insegnare… Anche gli EAS, o Episodi di Apprendimento Situato, di PierCesare Rivoltella (oltre al noto video, possiamo leggere questo articolo dal titolo Una didattica per EAS, che riepologa  in uno schema le fasi di questo metodo) sembrano riempire le pagine delle riviste didattiche.

La tendenza a “costruire” una nuova didattica è dimostrata variamente: l’anno scorso ad esempio, nasce Rinascimente che tenta di proporre una “scuola del fare”: Subito dopo giunge alla ribalta, la ricerca di Avanguardie Educative promossa dall’Indire di Firenze: in modo forse molto più analitico, mostra chiaramente tre aree in cui si possono dividere le problematiche dell’apprendimento e le 12 idee da “adottare”  per fare una didattica innovativa, con l’uso della tecnologia. Dalla lettura del documento inerente appunto le idee, scaturisce il quadro di tendenze nuove e diverse, tutte interessantissime: dalle aule quali laboratori disciplinari, al Debate, o argomentare e dibattere, passando per la didattica per scenari. Ognuno di esse va davvero presa in considerazione seriamente, per comprendere come è vasto il quadro dell’innovazione didattica metodologica reale.

L’innovazione didattica viene spesso anche dall’estero, ad esempio il sito “La sfida per cambiare” sembra davvero molto stimolante: ho partecipato al seminario di Lucca di alcune settimane fa e mi è parso davvero entusiasmante il modo di approcciarsi che gli insegnanti americani mostravano, imitando una lezione nella loro classe.

Ma la lezione frontale allora, è morta? Leggendo questo articolo dal sito degli “Stati Generali” , Risposte sulla scuola, di Antonio Vigilante , si potrebbero fare molte riflessioni: la mia opinione è che la lezione frontale non solo non sia affatto morta, ma spesso sia ancora indispensabile, se segue i criteri di una saggia conduzione.

A questo mio brevissimo scritto, allego questi documenti che ho trovato in Internet  e che reputo interessanti:

Metodi didattici a confronto“,  di Stefania Monari, 3-12-2012, tratto da Doctissimo

Metodologie dell’insegnamento e tecniche per l’apprendimento attivo“, di F: Tessaro, tratto da Univirtual

 

Il setting d’aula nel 2015

IL SETTING D’AULA NEL 2015

Cosa s’intende per “setting d’aula”? Per la precisione s’intende la dotazione degli strumenti, la disposizione degli oggetti all’interno di uno spazio didattico, definito appunto “aula”. Aula, ma non classe, perché il primo termine si riferisce alle strutture, comprese quelle in muratura, mentre col secondo ci si riferisce agli esseri umani che la compongono, in cui dovrebbe essere incluso sempre anche il gruppo docente.

L’idea di setting d’aula si fa spazio soprattutto negli ultimi decenni, quando con l’introduzione delle nuove tecnologie, si inizia a parlare di come e del perché inserire computer e rete Internet in aula. Il tradizionale setting non poteva più essere accettato per intero, nel suo modo di essere così facilmente individuabile ormai dalla fine del 1800 ad oggi: pensiamo ai banchi, alla cattedra e alla lavagna d’ardesia. Nella scuola nulla in pratica è mai cambiato veramente da quei tempi ad oggi. Un maestro d’altri tempi, ad esempio, si ritroverebbe tranquillamente a fare lezione in quasi tutte le aule delle scuole italiane. Eppure lo spazio “insegna”: parla di noi. Pensiamo alle abitazioni: ciascun appartamento, seppure uguale nelle parti in muratura, sa essere differente, sa parlare di coloro che lo abitiamo, delle preferenze, delle abituticini. La scuola fino ad ora è stata “impersonale”, ma mentre in precedenza ha assolto egregiamente al suo compito, oggi “non insegna” più: i poli culturali si sono spostati e la funzione educativa che sembrava avere prima di ogni altra cosa, sembra adesso collocarsi “fuori”: a casa, con gli amici, per la strada. Ovunque ci sia Internet e un dispositivo mobile, lì si può fare cultura, si può apprendere, si può imparare. La scuola, quindi, per mantenere il suo ruolo, deve imparare ad essere diversa, più vera; deve imparare a lasciare forte la sua impronta non tanto nella trasmissione della cultura, quanto nelle modalità di filtrare la conoscenza, di ri-costruirla e di reinventarla con creativà insieme agli studenti: non un sapere già fatto e preconfozionato, ma saperi nuovi che usano linguaggi diversi e forse ancora da inventare. Da qui possono scaturire tutta una serie di deduzioni: la prima fra tutte è che affinché la scuola possa riprendersi il suo ruolo fondamentale, deve proporsi in modo credibile, avveniristico, ripensando anche al futuro; creando delle “previsioni” di come sarà il futuro dei nostri alunni: sicuramente molto differente da ciò che abbiamo vissuto noi adulti e di come lo stanno vivendo i giovani .
Ecco allora la necessità di abbandonare il setting tradizionale e “crescere” in modo diverso. Una positiva innovazione sicuramente nasce dall’introduzione della LIM in aula, subito dopo il computer in classe: si apre una finestra sul mondo, insieme agli orizzonti di apprendimento degli alunni. Ma sicuramente questo non può bastare. L’aula per cambiare può forse appoggiarsi all’esperienza finlandese (vedi ad esempio l’articolo La lezione tra le nuvole, di Elena Mosa), dove gli spazi si aprono in un modello “senza classi”. Molte classi 2.0 prendendo spunto da ricerche dell’Indire in proposito (riferimenti al sito web Quando lo spazio insegna) stanno imparando a organizzarsi in maniera diversa: i banchi cambiano e diventano trapezoidali; le sedie si rinnovano e assumono forme colorate e mobili e così si potrebbero fare tanti altri cambiamenti negli “oggetti” che compongono l’aula. Ma forse il vero cambiamento del setting d’aula non sono né i banchi, né le sedie: sono probabilmente nella mentalità delle persone che fanno scuola ogni giorno e che potrebbero ad esempio di decidere di cambiare la scuola intesa in senso tradizionale e realizzare spazi aperti, niente mura, magari solo angoli e spazi attrezzati con funzioni diverse, come l’agorà, il posto per la riflessione e il ripensamento, il classico “angolo morbido”…Anche gli spazi per discipline potrebbero essere organizzati in modo non solo più accattivanti per gli alunni, ma soprattutto funzionali all’insegnamento che si vuole veramente realizzare.
Solo così la scuola si riappropria dei suoi spazi e ritornerà ad essere centro culturale d’interesse vero, insieme poi alla rete, ai dispositivi mobili, ad una mobilia adeguata…

Questo almeno è il mio pensiero, cui sono giunta dopo le varie letture.

Padlet

Edmodo

Presentazione di Laura Antichi