{"id":6578,"date":"2020-01-26T11:37:39","date_gmt":"2020-01-26T10:37:39","guid":{"rendered":"http:\/\/lnx.martinifrancesco.net\/wordpress\/?p=6578"},"modified":"2020-01-26T18:29:38","modified_gmt":"2020-01-26T17:29:38","slug":"il-giorno-della-memoria","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/lnx.martinifrancesco.net\/wordpress\/?p=6578","title":{"rendered":"Il giorno della memoria"},"content":{"rendered":"<p>Non posso fare a meno, in questo periodo dell&#8217;anno, di riflettere sulla giornata della memoria e sul suo significato: il genocidio di circa 17 milioni di uomini e donne, fra il 1933 ed il 1945 non pu\u00f2 passare sotto silenzio, n\u00e9 sotto falsa presentazione. La verit\u00e0 \u00e8 che si tratt\u00f2 di un vero e proprio Olocausto, le cui vittime erano\u00a0quasi tutte ebree. Ora sembra quasi andare di moda negare la verit\u00e0, se non addirittura trasformarla in una falsit\u00e0, come se\u00a0si potesse\u00a0reinventare la storia a nostro tornaconto. D&#8217;altra parte nei tempi attuali, \u00e8 umanamente difficile capire come sia potuto succedere e soprattutto, credere che sia accaduto davvero, senza che nessuno al mondo ponesse un veto. Cos\u00ec oggi, ho deciso di raccontare una storia. Ma questa, non \u00e8 come le altre: si tratta di una cosa personale, che non ho mai raccontato a nessuno, ma ha contribuito a cambiare la mia vita, insegnandomi il valore della verit\u00e0 e quanto male pu\u00f2 fare la paura.<\/p>\n<p>Avevo 15 anni quando persi mio padre e rimasi sola con la mia mamma, senza sostentamento alcuno. Dopo circa un mese, con la promessa, poi non mantenuta, di un lavoro stabile, ci eravamo recate in una citt\u00e0 del nord, da cui tornavamo senza pi\u00f9 speranze, col treno notturno. Il vagone era completamente deserto e buio ed era di quelli suddivisi in scomparti da sei posti l&#8217;uno.\u00a0 Scegliemmo il primo e ci sedemmo. Eravamo al colmo della disperazione e <em>sole<\/em>. Ci guardavamo senza parlare, interrogandoci sul futuro incerto. Io avrei dovuto proseguire gli studi e da due mesi non frequentavo pi\u00f9 la scuola;\u00a0 mia madre aveva chiesto la pensione di reversibilit\u00e0 di mio padre, ma a causa di inghippi burocratici di vario tipo, ci voleva del tempo, troppo tempo.\u00a0Intanto, non avevamo nulla.<br \/>\nIl treno correva, fermandosi spesso. Ogni tanto chiudevamo gli occhi, ma l&#8217;inquietudine di cui soffrivamo, non ci lasciava molta scelta. Giungemmo a Genova verso le due del mattino, dove sal\u00ec un signore dall\u2019aspetto imponente: era alto e con spalle larghe. Aveva un cappotto grigio, pesante, il volto sembrava segnato da rughe profonde, ma l&#8217;oscurit\u00e0 ci impediva di notare altri particolari.\u00a0 Non vedendo altri compagni di viaggio, scelse proprio il nostro scomparto. Forse aveva voglia di compagnia&#8230; ma a quell&#8217;ora della notte, di quale compagnia aveva bisogno? La paura ci avvolse: io ero adolescente, mia madre poco pi\u00f9 che quarantenne, era molto bella, col suo fisico asciutto, gli occhi chiari e e i capelli biondi. Non avevamo per niente voglia di parlare ma\u00a0quell&#8217;uomo\u00a0volle lo stesso sapere cosa ci facevamo in treno a quell&#8217;ora. Fu mia madre a spiegare, breve e sintetica;\u00a0 dalla sua voce traspariva l&#8217;angoscia del momento. Furono solo poche parole, per informarlo che aveva perso da poco suo marito, era senza lavoro con una figlia ancora da finire di crescere, io, appunto. Appena terminata la spiegazione, trasal\u00ec, rendendosi conto che forse, la strategia giusta, sarebbe stata quella nascondere la verit\u00e0. Il tizio per\u00f2, non se ne accorse o fece finta di nulla e volle raccontarci anche la sua storia: non lo incoraggiamo, perch\u00e9 sole, in un momento cos\u00ec duro della vita si era insinuata nelle nostre teste, l&#8217;idea che forse\u00a0 voleva approfittarsi di noi. Questo pensavamo entrambe, quando, mentre parlava, inizi\u00f2 a spogliarsi: tolse il cappotto e, sollevando con una certa fatica il golf e poi la manica della camicia, ci mostr\u00f2 un numero tatuato sul braccio. Ci disse che glielo avevano fatto quando era poco pi\u00f9 di un bambino, poi parl\u00f2 di un campo lontano, in Austria, dove aveva perso la sua famiglia in tempo di guerra; anche lui era rimasto solo al mondo. Aveva sofferto le pene dell&#8217;inferno, vedendo cose atroci, compagni morti, e torturati; fumi di terribili camini che salivano oscurando tutto il giorno il cielo. Noi non comprendevamo bene il significato delle sue parole. Rimanemmo sulle nostre, evitando commenti troppo impegnativi.\u00a0\u00a0L&#8217;uomo,\u00a0per\u00f2, visibilmente emozionato, le gote rosse e il volto trasformato in una maschera, continuava il racconto. Ad un tratto, mentre parlava,\u00a0mise la mano in tasca. Mia madre ed io cercammo una via di fuga, ma non ce n&#8217;erano, perch\u00e9 lui era proprio davanti alla porta dello scomparto, in piedi, e con la sua stazza, occupava l&#8217;intero ingresso. Dopo attimi di panico, la mano estrasse per\u00f2, non un&#8217;arma per farci del male, bens\u00ec\u00a0un semplice fazzoletto bianco, ben ripiegato che si port\u00f2 agli occhi. Poi usc\u00ec dallo scompartimento. Mia madre ed io ci guardammo impaurite: chi era quell\u2019uomo? Perch\u00e9 ci diceva tutto ci\u00f2? Perch\u00e9 ci raccontava una storia tanto assurda? Facevamo fatica a collocare gli eventi della sua storia nel tempo. Ormai eravamo nella met\u00e0 degli anni &#8217;70 e la guerra non la ricordava pi\u00f9 nessuno. Gli dovevamo credere? Adesso avevamo ancora pi\u00f9 paura, perch\u00e9 l&#8217;uomo non si era allontanato nel corridoio, ma si era fermato e sembrava volesse rientrare. Apr\u00ec la porta dello scomparto, con il volto ancora pi\u00f9 contratto. Ci mostr\u00f2 di nuovo il numero tatuato, ci disse che si era inventato tutta la storie e che quello era il telefono della sua fidanzata. Se ne and\u00f2. Ci aveva ascoltato fuori dalla scomparto mentre esternavamo le nostre paure? Forse, ma non lo sapevamo. Non l&#8217;abbiamo visto mai pi\u00f9. Il ricordo dell&#8217;accaduto era sepolto ormai nella memoria della mia vita come un evento fra gli altri, che aveva causato tanta paura, poi per fortuna, finito bene. Almeno per me.<\/p>\n<p>Molti anni dopo, da giovane insegnante, portai, i miei alunni, in un periodo come questo, a visitare la <a href=\"http:\/\/www.comune.pitigliano.gr.it\/index.php?T1=8000\">Piccola Gerusalemme di Pitigliano<\/a>. Conobbi Elena Servi, che guidava la comunit\u00e0 ebraica del luogo. Dopo la visita alla Sinagoga, ci narr\u00f2 la storia della sua vita, di come aveva dovuto abbandonare la scuola in 5\u00b0 elementare per le leggi razziali e di come, durante il tempo della deportazione, lei e la sua famiglia avevano vagato per le campagne intorno a Pitigliano, facendo di un solaio prima e di una caverna poi, la propria dimora. Si erano salvati anche grazie all&#8217;aiuto di tanti amici che li avevano nascosti e avevano loro portato da mangiare fino a che i partigiani non li avevano salvati. Era stata fortunata, non come tante altre famiglie che invece, erano state deportate: una di queste, particolare, era stata sterminata, si era salvato solo il figlio piccolo, che poi era riuscito a tornare a casa.\u00a0\u00a0Raccont\u00f2 la sua storia:\u00a0era stato\u00a0imprigionato\u00a0con la famiglia, torturato in un campo di concentramento in Austria, aveva perso tutti suoi parenti ma si era salvato. Era tornato a casa dopo la guerra, a Pitigliano; poi aveva lavorando in giro per l&#8217;Italia, ma non era mai riuscito a rifarsi una famiglia, perch\u00e9 aveva sempre il timore che gliela portassero via. Elena lo aveva spesso incoraggiato a liberarsi dei ricordi, a parlare di quel periodo cos\u00ec terribile di quando era in campo di concentramento. Ma lui non ce la faceva. Non aveva mai avuto il coraggio di raccontare davvero tutta la sua storia, tranne una volta, durante un viaggio in treno, in ritorno da Genova, una notte, quando aveva incontrano due donne sole:\u00a0si trattava di una giovane madre con la figlia adolescente, ma non gli avevano creduto. Aveva solo suscitato tanta incredulit\u00e0. Cos\u00ec si era sentito in dovere di inventare la bugia del numero della fidanzata tatuato sul braccio, per tranquillizzarle, e disse che la sua storia non era mai accaduta. Dentro di s\u00e9 era rimasto profondamente offeso: nessuno poteva capirlo davvero, quindi perch\u00e9 parlarne agli altri?<br \/>\nQuelle due donne eravamo mia madre ed io: tempo e luogo combaciavano alla perfezione, non potevo avere dubbi.<br \/>\nEro sbalordita e fui presa da un tremendo senso di angoscia. Poi subentr\u00f2 il senso di colpa: ero l\u00ec per insegnare ai miei studenti e quando la vita mi aveva portato davanti alla verit\u00e0, perch\u00e9 la toccassi con mano, ci ero passata sopra come se nulla fosse. Anzi: avevo avuto paura della verit\u00e0.<br \/>\nFinita la visita, affidai gli alunni al mio collega e presi in disparte Elena: le dissi che c\u2019ero io su quel treno, di ritorno da Genova, con mia madre.\u00a0 Volevo sapere se era ancora in contatto con quell&#8217;uomo perch\u00e9 volevo vederlo e chiedergli scusa, dirgli che ero pentita di non avergli creduto. Ma Elena mi disse che\u00a0 l&#8217;uomo\u00a0si era suicidato qualche tempo prima, probabilmente non reggendo alla pesantezza dei ricordi.\u00a0 Molti avevano fatto quella fine, come ad esempio, il grande scrittore Primo Levi. Vedendomi sconvolta, cerc\u00f2 di mitigare il suo racconto, ma ormai la verit\u00e0 era venuta a galla. Durante il rientro a casa in autobus, non feci altro che pensarci. Perch\u00e9 non gli avevamo creduto? Eravamo state\u00a0la\u00a0 causa, col nostro atteggiamento, io e mia mamma, della sua decisione ultima? Probabilmente c&#8217;erano stati anche altri eventi successivi a quello che mi riguardava, ma certo, se ne aveva parlato con Elena, l&#8217;insofferenza mia e di mia madre, lo aveva colpito parecchio. Quindi in qualche modo mi sentivo colpevole.<\/p>\n<p>Tante volte ho cercato di analizzare l&#8217;accaduto di quella notte, ritornandomi in mente particolari che avevo nascosto a me stessa, come le lacrime, il volto sconvolto dell&#8217;uomo che a me e mia mamma era sembrato tanto pauroso e che invece era solo espressione del tormento di un&#8217;anima tatuata nel profondo e non solo sulla pelle del braccio. Non raccontai nulla a mia madre, perch\u00e9 era ormai molto anziana e non avrebbe capito, anche se ci provai, ma lei non ricordava che un incontro casuale con l&#8217;uomo imponente del treno.<br \/>\nPer un certo tempo, ogni volta che pensavo alla vicenda del treno, me la prendevo con me stessa, mi saliva la rabbia per non aver compreso, ma come avrei potuto? A quell&#8217;epoca, poi, non si parlava ancora liberamente dell&#8217;Olocausto, e comunque, anche se a scuola, avevo studiato bene la storia perch\u00e9 mi piaceva, tutti gli eventi, fino alla seconda guerra mondiale, mi parevano lontanissimi nel tempo, come fossero secoli addietro e non potessero intaccare, con le loro colpe, gli anni che stavo vivendo io, anni pieni di libert\u00e0, di democrazia e di felicit\u00e0 economica.<br \/>\nAlla fine ho concluso che era stata tutta colpa della <strong>paura<\/strong>: avevamo paura, paura di conoscere la verit\u00e0! Non gli avevamo creduto perch\u00e9 la verit\u00e0 fa male, porta alla paura che l&#8217;Olocausto possa accadere di nuovo, al timore che noi uomini e donne libere,\u00a0 si possa ancora sbagliare e ricadere nell&#8217;inferno del razzismo! Tremiamo all&#8217;idea di come siamo, in questo periodo storico, cos\u00ec facilmente influenzabili e malleabili in una direzione o nell&#8217;altra, di come ci sembrano giuste idee di una certa classe politica, ma anche dell&#8217;altra, senza riuscire a vedere bene dove sia la verit\u00e0 e la bugia.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 questo l&#8217;insegnamento che ne ho ricavato: <em>\u00e8 giusto combattere ogni giorno della vita perch\u00e9 la verit\u00e0 emerga sempre nel pubblico e nel privato. Non avere mai paura di scoprire la verit\u00e0 , non negarla, e non rinunciare soprattutto, a combattere affinch\u00e9 non ci sia mai pi\u00f9, su tutta la terra, anche solo un torturato e un torturatore.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non posso fare a meno, in questo periodo dell&#8217;anno, di riflettere sulla giornata della memoria e sul suo significato: il genocidio di circa 17 milioni di uomini e donne, fra il 1933 ed il 1945 non pu\u00f2 passare sotto silenzio, n\u00e9 sotto falsa presentazione. La verit\u00e0 \u00e8 che si tratt\u00f2 di un vero e proprio Olocausto, le cui vittime erano\u00a0quasi tutte ebree. 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